Venerdì scorso ho fatto proprio una cosa brutta. Ma proprio brutta brutta.
Sono andata a cena con i miei ex compagni di classe. Ma non quelli dell'ultimo anno, no. Non quei poveri undici sopravvissuti alle angherie dei nostri porfessori, no.
Sono uscita con quelli che se ne sono andati, quelli che sono stati bocciati o che hanno cambiato scuola. Quando siamo rimasti in undici, all'ultimo anno, i miei compagni di classe erano listati a lutto. Dicevano che tutto era triste, che eravamo degli sfigati, che gli altri s'erano salvati e lasciandoci in una valle di lacrime e pagine da imparare. Io mi astenevo dai cori funebri, perchè ero felice. Ma proprio felice-felice. Le persone che se n'erano andate erano quelle a cui ero meno legata, quelle che mi erano indifferenti, o, nel peggiore dei casi, quelle che odiavo. O meglio, quello che odiavo. Il mio più acerrimo nemico. Lo chiameremo S. .
Quando mi sono iscritta nel mio prestigioso e radical chic liceo napoletano non ero sola: mi ci ero iscritta con la mia migliore amica e la sua sorella gemella. La mia migliore amica si innamorò di S., con cui io ho litigato dal primo giorno di scuola per i suoi modi arroganti e superbi. E lei mi abbandonò a me stessa e alle mie turbe adolescenziali, senza che io ne sapessi il motivo: solo due anni fa, quando il cinismo aveva già fortunatamente preso il sopravvento sulla bulimia, ho avuto questa notizia che ha ricostruito il puzzle della mia solitudine ginnasiale. Ma all'epoca avevo già trovato due nuove amiche: Zilvia e LaRossa.
Gli screzi con S. proseguivano, quando un nuovo anatema si abbatte su di me: LaROssa si innamora di S. (ragazzo effettivamente affascinante ma ai miei occhi insopportabile). E già di cattiverie nei confronti della mia piccola Rossa, che io proteggo come una bambina.
Ma al mio esame di maturità, speravo di essermi liberata. Ero felice. Avevo trascorso l'ultimo anno del liceo con le poche persone a cui volevo bene, con cui mi sentivo a casa.
Ma invece no.
Facciamo le rimpatriate!
Io per un pò ci sono andata, era un modo come un altro per sfoggiare qualche paio di scarpe e per prendere in giro qualcuno. Almeno per me.
Per qualcun'altro, tipo LaRossa e la mia ex migliore amica, fidanzatissima con l'uomo perfettto e infatuatissima dell'uomo imperfetto-un troglodita tra i primi che ha abbandonato la mia classe, deus gratia-, sono vere e proprie occasioni mondane. Momenti bellissimi e irripetibili. Nei quali si trasformano in oche giulive insopportabili, non tanto la mia ex migliore amica, a cui mi lega solo l'indifferenza, quanto LaRossa, a cui tengo tanto. Mentre loro si divertono da matte, io finisco la scorta di Malboro e prego che il tempo scada e da vera Cenerentola possa fare ritorno a casa.
Insomma, 'ste qua si divertono proprio tanto. Tanto da rinunciare a uscire il giorno successivo. E da costringere me e Zilvia a casa, che da vere sfigatine non abbiamo altri amici a parte LaROssa e alcune sue conoscenze con cui eravamo solite uscire il sabato.
Non è più l'odio che mi muove verso di S., ma la pena verso chi ha bisogno di calarsi di tutto e di dirlo in giro per sentirsi migliore. E anche un po' di puzza sotto al naso, chè io mi sento migliore a dare gli esami all'università e a lavorare e a leggere e a fare la tuttologa, e pure a farmi una cannetta ogni tanto, ma senza dirlo in giro che non gliene frega niente a nessuno.
E venerdì prossimo ce n'è un'altra. Io ovviamente non andrò, ma LaMusa ha una paura che non provava dai tempi del ginnasio: la solitudine. E mi chiedo se a 20 anni si possono avere le stesse paure che a 15. E mi sa proprio di sì.